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Questo amato calcio
Scritto da Davide Gariti   
La prima volta che mi tuffai nel magma del calcio fu in età infantile, era il sole d'inverno a scaldare noi tutti nelle giornate piene di quel fare e disfare attorno alla palla.

"Il pallone" era per me la corsa sfrenata ed i capitomboli disordinati.
Adesso faccio lo stesso ma più per un senso d'allenamento fisico e di visione sportiva. Oggi la visione del calcio mi pare abbia assunto dei caratteri da metamorfosi, cioè si è involuta quella dote che ha sempre serbato in se e cioè la spiccata propensione al divertimento. La massificazione del calcio, che negli ultimi venti anni ha assunto enormi livelli d'utenza, ha fatto si che il bel gioco del pallone si trasformasse in isteria delle masse, un gioco perverso dove annacquato resta il senso lontano della sportività. I giovani si avvicinano al mito, all'idolo, ma poco guardano allo sport in se, essi finiscono per identificarsi in quello che in effetti non è più "il gioco" ma la sfrenata sensazione dell'arrivismo individuale, la crudele tendenza al prevaricamento.
In buona sostanza è il calcio a dover esser giudicato o chi lo gioca?
E' lo sport che stimola la competizione, ma esso è sempre messo in discussione
da chi lo pratica e lo imbastardisce a tal punto da aberrarlo ed inbruttirlo.
L'uomo ha da sempre fatto uso eccessivo del "sano" e del "bello" fino al punto in cui le due massime espressioni sono state esageratamente e convulsamente alterate in appunto "isterie" da circo, in amplificate visioni da stadio violento.
L'apparteneza ad una fazione, nel nostro caso ai club, ha fatto si che si creassero delle classi subalterne, delle lobby in pompa magna, ed il calcio con questo ha poco a che fare. Il respiro ampio che una volta il calcio risciva a donare ai suoi fruitori e tifosi era quello dell'erbetta fresca che sarebbe stata calpestata da eleganti e leggiadri movimenti dei calciatori, dai goal accompaganti dagli urli composti di chi dopo si sarebbe abbracciato un pianti e risa; il calcio era una risorsa che l'uomo non si aspettava di avere e che ha colto in fragrante quelli che poi sarebbero diventati i più grandi calciatori, coloro che odoravano ancora di bianco e nero (televisivamente parlando), gli uomini della domenica, quelli dalla tecnica sopraffina e non degli ingaggi stramiliardari. Per finire vorrei aggiungere che ad oggi il calcio sembra unire ma divide in modo subdolo e vergognoso, non è più appartenenza, frivolezza, gioco, ma vi è in esso ormai entrata l'apatia del campione, la spina del consumismo, la rovina dell'arrivismo.

Fui bambino anch'io, ed ebbi il sogno
che ai bambini il calcio concedeva,
d'un tiro lontano, al pallone con l'effetto
d'un suono strano della terra sotto i piedi.
Il passo veloce della gamba coi calzoni
s'affrettava sotto il sole, era il gioco
d'un fanciullo nato dal sogno di libertà.
Cos'è più di questo il calcio
se non l'ebrezza fugace del mondo che verrà.

 

 
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