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Un secolo di vita
Scritto da Piero Capizzi   
MENFI 8/2/9 -  E’ morta questa mattina, a Menfi, alla veneranda età di 103 anni, la supernonna Rosa Alesi.
 
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Rosa Alesi con alcuni familiari
Nonna Rosa è riuscita a battere il record di longevità, anche se mancavano una manciata di giorni al fatidico 13 febbraio.  Era amata e stimata da tutti, in paese per la sua onestà e per il senso di una famiglia matriarcale. I funerali saranno officiati domani lunedì, pomeriggio alle ore 15:00 presso la chiesa madre dall’Arc. Di Menfi Don Saverio Catanzaro. Nonna Rosa è rimasta lucida fino alla fine, raccontano i nipoti e grazie a lei, i figli ed i nipoti hanno potuto ottenere un’abitazione in muratura dopo 37anni vissuti nella baraccopoli Paolo VI. Aveva, infatti, compiuto i sui cento anni in baracca. Nonna Rosa, era secondogenita, di una famiglia di nove persone, di cui sette figli: due femmine e cinque maschi. Cento anni di cui circa quaranta vissuti in baracca. La stessa ha battuto il traguardo di longevità in condizioni ambientali ostili, ma ha potuto vivere tre anni com’era stato nei suoi sogni in una casa in muratura, donatale, con contratto di affitto a carico del Comune dal sindaco uscente Antonino Buscemi. La signora Rosa Alesi, sposata con il contadino Stefano Bonacasa, con cui ha diviso circa ottant’anni della sua lunga vita è rimasta vedova circa 17 anni orsono. Dal suo matrimonio sono nati quattro figli: una femmina e tre maschi, di cui solo due ancora viventi, Salvatore (75 anni) e Liborio (73 anni). Era ancora una bambina quando visse il dramma della "Grande Guerra" e vide partire da Menfi i giovani “ARDITI”, chiamati “I ragazzi del ’99”, mandati a morire per salvare il suolo patrio dalle truppe austriache che avevano sfondato sul fronte di Caporetto e stavano per invadere la Penisola.
“ Il mio ricordo più doloroso è quando penso ancora, come fosse successo ieri, la partenza, per la Seconda Guerra Mondiale dei miei figli maschi– mi partecipava la nonnina in occasione del centesimo anno –. In seguito ci comunicarono dal Comando militare  che furono fatti prigionieri in Russia, ma perdemmo lo stesso i contatti. Solo dopo la fine della guerra (1945), quando io e mio marito li piangevamo ormai per morti, seppi della loro liberazione e del fatto che erano ancora vivi.”  
Gli occhi di nonna Rosa diventavano lucidi quando ricordava il terremoto del ’68. La terra tremava quella lunghissima e fredda notte tra il quattordici ed il quindici gennaio del ‘68. Ricordava ancora le lunghe notti vissute all’addiaccio, poi le baracche e le promesse mai mantenute, dai governi, di ricostruire quella casa in muratura.  Poi il freddo della baracca, l’umidità e come se non bastasse, la nonnina, con un nugolo di nipoti e nipotini ha vissuto in quel villaggio devastato (Baracche Paolo VI) che somigliava ad un quartiere di Nassirya, tra baracche semidemolite ed il pericoloso amianto allo scoperto (area in seguito bonificata). – “Spero solo di morire in una casa vera" disse nonna Rosa al sindaco Antonino Buscemi nel febbraio 2005,ed ebbe dallo stesso,la solenne promessa, in occasione del suo centenario, che le avrebbe concesso una casa in muratura per lei e i nipoti e…… così è stato.
 
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