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Una Vita Da Amare/3
Scritto da Lucia Mazzara   
La terza parte del I° Capitolo del romanzo di Lucia Mazzara
Nel mio mondo c’era qualche fantasma che aleggiava in modo ingombrante, perché minacciava di fare rivivere un passato pieno di intrighi e complotti, quest’ombra aveva seminato solo scompiglio e tanta sofferenza. Io e nonna Teresa ci scambiammo uno sguardo d’intesa, poi rivolgendosi a Sara la nonna le consigliò di rimanere li, intanto  lei avrebbe parlato col nonno, il quale non si era mai dimostrato favorevole a questo incontro, anzi alla fine noi avevamo organizzato tutto quanto a sua insaputa, perché lui, fin dal primo momento si era rifiutato di cambiare il mio destino, che secondo lui era stato scritto così e ciò non dipendeva dalla volontà di nessuno.
La nonna ci rassicurò e si allontanò con la stessa calma con la quale negli ultimi mesi aveva seguito tutta la fase di ricerca ed il rientro di mia madre dall’Australia, dove era stata mandata dopo la mia nascita. All’estero, sentenziò mio nonno, da mio cugino Calogero, così mai nessuno saprà che una donna di servizio ha dato alla luce una Calcara. Dopo la mia nascita mia madre raccolse i suoi quattro stracci ed insieme a sua madre fu fatta salire su una vecchia nave, con la quale insieme ad altri disperati lasciò l’Italia per un paese d’oltreoceano che sembrò troppo lontano e tanto diverso dal piccolo paese di provincia dove comandare era facile perché c’era gente disposta ad ubbidire.
Mia madre non aveva potuto scegliere dove nascere, perché a nessuno è dato di fare una tale scelta e lei era capitata in una famiglia dove la povertà faceva da padrona. La vita allora non era facile, specie per coloro la cui dimensione sociale era già, di per sé, complicata dalle ristrettezze economiche, dalle privazioni e dall’ignoranza. Lo strascico del secondo dopoguerra  continuava a mietere sconfitte ed amarezze di ogni sorta, riprendersi non fu facile per nessuno, ma diventò quasi impossibile per coloro che già prima del conflitto faticavano a sopravvivere. Tra la gente, ormai logorata dalle fatiche e dalle preoccupazioni quotidiane, si fece strada un senso di sconforto e di abbandono ad un destino nefasto e crudele, molti cominciarono a pensare  che non gli era concesso nessun riscatto, quindi iniziarono a nutrire nei confronti della loro vita futura un atteggiamento di rabbia commista ad una fragilità ragguardevole ed un senso di impotenza sempre più profondo. Quest’aria così malata aveva predefinito il mio destino, perché pregiudizievoli motivi indussero mio nonno a pianificare la mia vita, annullando le volontà di coloro che mi avevano concepita, considerando l’atto del concepire come un capriccio o un abuso dei sensi .
Insomma, io per lui ero stata uno scherzo del destino e come tale andavo sistemata. Nonostante tutto i miei nonni mi avevano amata molto, mio nonno, dopo la mia nascita, si rifiutò di guardarmi, ma in seguito liberatosi della presenza di una Sara un po’ troppo ingombrante, cambiò atteggiamento tanto da considerarmi come una sua creatura. Decise, pertanto, di non rivelare al figlio che la piccola mocciosa era sua figlia portando avanti la versione della  trovatella affidatagli dal parroco in attesa di una sistemazione migliore. Talvolta ho pensato che un solo e piccolo tassello può cambiare il destino di una persona, non è necessario ordire complicate trame, basta spostare un granellino di sabbia e tutto precipita, i sistemi cambiano e la vita di ognuno viene ridimensionata.
La Sara di allora non esisteva più, ma molto di lei era lì sopito e pronto a riemergere, adesso aveva capito molte cose prima a lei ignote, forse quegli occhi un po’ spenti avevano pianto troppo, eppure c’era qualcosa in lei che la rendeva ancora misteriosa . Nella famiglia di mia madre non c’era stato  posto per i sentimentalismi, albergava in ognuno di loro un amore ormai opaco perché oppresso da una lotta quotidiana, il lavoro nei campi non dava loro il minimo per sopravvivere, erano quattro figlie tutte da marito, ma povere  e senza un minimo di dote erano destinate ad essere ignorate ed emarginate da tutti. Le possibilità per ribaltare una tale situazione erano poche, anzi pochissime, escluse le più improbabili, quali lo studio o un lavoro all’estero, rimanevano delle alternative non molto redditizie, quali cercare un lavoro presso famiglie benestanti, oppure dannarsi l’animo ogni giorno ed arrabbiarsi per non restare schiacciate soffocate dal proprio destino fatto di stenti e sogni irrealizzabili. Trovare lavoro non era facile in paese le famiglie agiate erano poche e preferivano avere a servizio donne più mature e non giovanissime, perché più avvezze ai lavori o perché le giovanissime facevano trasalire le donne giacché i loro mariti non mancavano di puntare lo sguardo sulle lavoranti, specie se belle e giovani.
Mia madre il lavoro sapeva affrontarlo con energia e precisione, ma non era abituata ad ubbidire, pertanto fece fatica a soffocare i suoi pensieri impulsivi per rispettare la volontà di una signora padrona e ancora di più di un signor padrone, specie se questi aveva la sua stessa età ed era anche scontroso. Il lavoro non la spaventò, pur se in quella, che poi diventò la mia casa e la mia famiglia, di lavoro ce n’era troppo. La nonna non era più tanto giovane, aveva messo al mondo quattro figli che, nonostante, i suoi desideri erano tutti maschi e avvezzi a trovare tutto pronto senza mostrare nessun interesse nel collaborare o, almeno, rendersi un po’ autosufficienti perché poco inclini ad imparare in un mondo in cui il maschilismo era ancora ben radicato perché fin troppo consolidato e sostenuto da una cultura che rilegava le donne ai margini di uno spazio pronto a garantire privilegi al sesso maschile, senza dare alla donna nessuna prerogativa che potesse valorizzare la sua identità di donna, non solo madre e moglie del focolare domestico ma anche intelligenza e creatività. La giovane Sara iniziò a lavorare in quella famiglia spinta dalla necessità e desiderosa di poter cambiare il proprio destino, perché quei quattro soldi le avrebbero consentito di realizzare un piccolo salto di qualità, certo ciò che sognava non era ben preciso, tuttavia quel lavoro voleva dire la fine di alcuni stenti. A casa dei miei nonni materni, così come compresi dopo, non c’era neppure il minimo per sopravvivere, la sorte segnò ancora di più quelle anime quando il capo famiglia si ammalò e decise di passare ad altra vita, forse troppo stanco di lesinare oppure perché sconfitto nel suo orgoglio ormai fatto a briciole.
 
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