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Una Vita Da Amare/2
Scritto da Lucia Mazzara   
La prosecuzione del capitolo I° del romanzo di Lucia Mazzara "Una Vita Da Amare"
Lei era li, davanti a me ed io non riuscivo a capire se ciò che stava accadendo era frutto della mia immaginazione oppure una realtà che avevo sempre sognato. Finalmente si concludeva un’attesa lunga piena di insidie e contraddizioni, il cui epilogo sembrava non potersi mai scrivere. Adesso nulla era certo, però sapevo che davanti a me c’era lei, la donna che mi aveva concepita ed abbandonata, la madre che mi era sempre mancata, che tanto avevo cercato, pensato, sognato, immaginato. Quanto c’era in lei di somigliante alla madre che avevo desiderato non lo sapevo, perché ciò che contava era il fatto che lei c’era e che anch’io avevo, adesso, una madre. Io non so chi delle due fosse più spaventata o emozionata, ciò che colsi fu quello sguardo, la ricerca dell’altro, capii subito che entrambe ci eravamo cercate perché una gioia si sprigionò dai nostri occhi, una gioia soffocata mai esplosa, perché trattenuta o bloccata da un desiderio unico: incontrarci per amarci.
Io provai a sillabare qualche parola, ma sentii la voce trattenuta, la gola era stretta da un nodo chiamato pianto, sentii le lacrime solcare il mio viso, mentre i nostri corpi si ritrovarono vicini, ma bloccati da una terribile paura di compiere slanci affettuosi mai compiuti. Per fortuna lei, con molto dolcezza, spezzò quel silenzio e mi sfiorò il viso dicendo: “Alba, perdonami, non so come ho fatto in tutti questi anni,  la mia vita è stata un inferno perché ero convinta che non ti avrei più rivista, adesso che sono qui mi sembra un vero e proprio miracolo “-
Io l’avevo già perdonata, però sapevo che il tempo mi doveva rendere ciò che la vita mi aveva tolto, dovevamo raccontarci tante cose, per  capire e chiarire, dare luce alle ombre che dovevano svanire per lasciare il posto alla chiarezza. Superate queste esitazioni ci abbracciammo a lungo, soffocammo i nostri singhiozzi che furono sostituiti da sorrisi di gioia, di una gioia trattenuta e piena di sofferenza per la separazione che avevamo subito a causa di un sistema sociale che riesce a calpestare ogni sentimento pur di tutelare alcuni principi che non si arrestano di fronte a nessuna sofferenza o privazione. Io avevo faticato molto e continuavo a sforzarmi per capire la volontà di chi ci aveva separati costringendoci ad ignorarci per non compromettere uno schema vecchio quanto superato, eppure ancora esistente e reale.
Continuammo ad abbracciarci tra singhiozzi e sorrisi, io non riuscii a dire mamma, avrei voluto, ma non ci riuscii, pensai che col tempo l’avrei detto in modo spontaneo. Intanto nonna Teresa era rimasta poco distante da noi, in attesa che potessimo pensare a lei, o lasciarle un piccolo spazio perché anche lei potesse riabbracciare una donna che non le era stato concesso di amare, anzi verso la quale le era stato imposto di eludere ogni attenzione.
-“Nonna Teresa, grazie, avete amato mia figlia, come se fosse stata vostra ed io questo non lo dimenticherò mai.”.-
Così mia madre si rivolse alla nonna, la chiamò nonna ed io fui felice  ed emozionata perché tra quelle donne c’era un’intesa, una familiarità che conoscevo bene, io appartenevo al loro mondo ero cioè tra loro, ero nei loro pensieri. Non sapevo cosa sarebbe successo da li a poco, perché la vita non è una favola, inoltre nella mia c’era un’ombra che minacciava ogni buon fine, ma io ero decisa e desideravo con tutta me stessa non perdere un amore che avevo cercato per anni. Ci apprestammo ad entrare in casa, si celava nei nostri gesti un certo disagio, che provammo a superare in poco tempo insieme a quell’emozione forte e soffocante. La nonna aprì la credenza e prese un piatto con dei biscotti che lei stessa aveva preparato per l’occasione, tutte e tre mangiammo con gusto quei dolcetti assaporando il silenzio di  quell’ampia cucina dagli odori selvatici e caserecci. Non parlammo molto, i nostri sguardi si incrociarono spesso un po’ furtivi, un po’ imbarazzati e, quasi sempre, volutamente alla ricerca di qualche sottaciuto sentimento, oppure per cogliere qualche informazione relativa alle prime impressioni.
Se dovessi dire quanto c’era di simile tra me e mia madre, cioè quanto ci somigliavamo, io non capii subito quanto avevamo in comune, perché, in quel momento  niente era importante,  più del fatto che lei adesso era li, davanti a me, reale e concreta così come l’avevo immaginata, tutto il resto era il niente la cui importanza, per me, era nulla.
In attesa di abituarmi a pronunciare la parola mamma, decisi di chiamare mia madre col suo nome cioè Sara, almeno dentro di me, pur non sapendo quando le avrebbe fatto piacere se io l’avessi chiamata mamma, ma io avevo bisogno di tempo e lei lo capì perché non fece, a questo proposito, nessuna osservazione, ma si limitò a sorridermi con molta tenerezza. La nonna ci lasciò sole ed io mi sentii un po’ smarrita, per fortuna tornò subito, così potei tranquillizzarmi e riprendere la conversazione, che, di tanto in tanto, languiva, per far spazio ai silenzi che riuscivano ad essere comunicativi perché accompagnati da sguardi e sorrisi molto profondi. La nonna rivolgendosi a Sara la invitò a seguirla nella sala grande, perché voleva mostrarle qualcosa di molto importante ed aggiunse -: “ ho atteso questo istante da troppo tempo”-, e prendendo  una medaglietta d’argento, come se fosse una reliquia gliela pose in mano, dicendole che le apparteneva, lei l’aveva custodita gelosamente ed ora gliela rendeva perché era giusto così. Mia madre quando ebbe quell’oggetto tra le mani chiuse gli occhi e trattenendo le lacrime pronunciò una frase che sgombrò la mia mente da ogni dubbio, in quel momento compresi che lei aveva sofferto quanto o, forse, più di me per essere stata costretta ad abbandonarmi già prima di avermi conosciuta.
La medaglia che mia madre lasciò al mio collo avrebbe dovuto aiutarla a riconoscermi quando mi avrebbe ritrovata, io, però, le somigliavo  tanto per cui ogni dubbio svaniva di fronte ad una evidenza tanto marcata. Erano trascorse alcune ore, in casa cominciava ad affievolirsi la luce così ci apprestammo ad accendere qualche lampadina, mentre dall’esterno  giunse un sordo rumore, come se qualcuno picchiasse contro un oggetto di legno per annunciare la sua presenza.
   (Continua)
 
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