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Amarcord/2
Scritto da Piero Mistretta   
Riprendiamio la narrazione dei ricordi del nostro Amico Piero.
Un’altra volta, la stessa compagnia si impegnò a rappresentare una farsa in vernacolo  nel teatrino annesso alla Chiesa Madre di Menfi.
Due attori recitavano la loro parte discutendo concitatamente di politica seduti al tavolo di un circolo.
Sullo sfondo, seduti ad un altro tavolo, quattro attori fingevano di giocare a carte.
Ad un certo punto la conversazione tra i politici cominciò a degenerare e tra loro cominciarono a volare parolacce; la conversazione, forse si era troppo dilungata, perchè i quattro giocatori si erano dimenticati che secondo il copione avrebbero dovuto intervenire per separare i due contendenti.. Malgrado il suggeritore continuasse a richiamarli ad entrare in scena, gli attori-giocatori avevano preso tanto sul serio la partita, che non ne volevano più sapere di interromperla……….
Mio zio Luigi mi raccontò che una volta dalla vicina cittadina di Santa Margherita di Belice arrivò alla compagnia leggera di Menfi, l’invito per una rappresentazione nel loro teatro. I nostri artisti ne furono molto lusingati e prepararono un programma ben variegato fatto di canzoni e scenette esilaranti che già nel teatrino locale aveva mandato in visibilio gli spettatori indigeni.
Si presumeva che anche a S Margherita, il successo non sarebbe mancato!
Quella volta, però, successe l’imprevisto….infatti l’invito per la rappresentazione ai menfitani, era in effetti una trappola che i margheritesi avevano preparato con cura.
 Dovete sapere che era usanza a Menfi di non ammettere nelle serate danzanti nessun giovanotto che non si accompagnasse con la sorella. E poi quando un giovanotto andava ad invitare una signorina, costei rispondeva senza alzarsi dal posto ove era seduta:” In primis nun vogliu abballari; poi me patri nun vuoli e all’ultimo chi nicchi nacchi abballari cu vui!”
Il povero giovanotto ritornava sui suoi passi. Aveva ricevuto la “coffa” borsa vuota!
A Santa.Margherita Belice, la gente, di più larghe vedute, non poneva questa limitazione, per cui tutti i menfitani che si recavano alle loro feste di ballo, erano sempre bene accetti.
Alcuni smargiassi menfitani, dopo essersi divertiti, andavano a raccontare agli amici di Menfi le loro “conquiste” arricchendole di particolari piccanti che mettevano in cattiva luce la dignità delle ragazze che si erano gentilmente offerte di ballare con loro.
Gli episodi di questo genere si ripeterono a tal punto che i margheritesi, ritenendosi offesi, pensarono di vendicarsi nel modo più…plateale.
Alla sera della rappresentazione, gli attori di Menfi, ignari di ciò che si stava ordendo alle loro spalle, si compiacquero nel vedere il teatro gremito in ogni ordine di posto e presentarono la prima scenetta in programma, la quale invece di suscitare risa, venne accolta molto freddamente…..
A seguire, fu mandato sul palcoscenico il contadino Gaspare Piazza, dotato di una buona voce, ma grezzo nell’emissione.
Ecco, quell’esibizione fu quella che fece traboccare il bicchiere: fischi, pernacchie, imprecazioni varie…successe un pandemonio!
Quando le cose sembrava stessero per degenerare, spuntò da dietro le quinte un signore alto e compito, l’artigiano menfitano Saverio Napoli, che riuscì per un po’ a calmare i più irriducibili contestatori:
--“ Cari amici margheritesi,-esordì con voce suadente-“sono sorpreso che il vostro tradizionale senso di civiltà stasera non abiti più qui. Voi che avete fatto sempre dell’accoglienza  e dell’ospitalità la vostra virtù preclara….”
Una parte del pubblico continuava a rumoreggiare, ma l’attore Napoli non si scoraggiò, deglutì e riprese:
--“Voglio raccontarvi la vicenda di un cacciatore che inseguendo un uccello che volava da un ramo all’altro, stava col fucile puntato, pronto a colpirlo…(ingrossando la voce) seguitemi attentamente, amici margheritesi! ….
Quell’uccello era certamente destinato a una brutta fine e il cacciatore lo braccava…lo braccava, senza pietà, pronto ad impallinarlo.”— Napoli cercava di indirizzare lo sguardo verso un punto immaginario a cui avrebbero potuto volgersi i margheritesi, poi continuò in un crescendo rossiniano:
--“ Eccolo là..civili margheritesi, ora si posa su un fiore, ora su un ramo di pino….il cacciatore prova a sparare e invece si ferma…e  sapete perché?...sapete perché?”
(fece una pausa fissando gli occhi ansiosi degli spettatori che pendevano dalle sue labbra)-“ perché l’uccello era andato a posarsi (prese un esagerato fiato e poi con forza istrionesca)-“ SUPRA ‘NA GRAN PALA DI FICUDINNIA!!!! “  (1)
--Minch….la rabbia del pubblico arrivata al culmine, esplose al punto che il teatro sembrò venire giù.
Saverio Napoli, il bravissimo tessitore, abbandonò di corsa la finta flemma e si dileguò in mezzo alla folla, per sfuggire a un possibile linciaggio con gli altri componenti della compagnia che avevano fiutato la terribile reazione dei margheritesi.



(1)  per gli abitanti di Santa Margherita l’essere simboleggiati con le ficodindia sapeva di umiliazione, come sentirsi dire:” sei un terrone!”.
 
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