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Amarcord
Scritto da Piero Mistretta   
Poco  prima dell’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la cittadina di Menfi è centro di iniziative culturali di una certa importanza.
Image La posizione urbanista di strade dritte e a scacchiera sviluppate in un’ampia pianura, costituivano una invidiabile balconata sul “Mare Nostrum”. Sia che ci si affacciasse dalla piazza Vittorio Emanuele, sia che dalla piazza di “Lu Pizzu”.
Il terreno che circondava l’abitato era da sempre molto fertile e il fermento economico faceva convergere su Menfi, cittadini di Sambuca, Montevago, Santa Margherita. Sovente si trattava di poveri braccianti, contadini e artigiani che speravano in un lavoro che permettesse loro di procacciare il cibo e l’abitazione decorosa per le loro famiglie. Infatti dal 1600, dall’anno quindi della fondazione della cittadina, il numero degli abitanti cominciò a crescere considerevolmente favorendo lo sviluppo commerciale e l’interscambio con i paesi viciniori.
In questa comunità così sviluppata nacquero alcuni circoli: i “Cavallacci”( ossia dei possidenti); gli Universitari; gli operai; la Lega Navale “Cristoforo Colombo”, i cui soci erano di  ceto variegato, ma agricoltori possidenti.
Molti cittadini cominciavano ad accostarsi alla lettura de “ il Giornale di Sicilia” e al settimanale “La Domenica del Corriere”, cosicché si tenevano informati degli avvenimenti della vita italiana ed internazionale. E quei tempi in cui Mussolini deteneva il potere assoluto, si era molto fiduciosi sul futuro del nostro Paese, che aveva acquistato con lui un grande prestigio. Lo stesso Adolf Hitler ne era affascinato. Purtroppo, con l’entrata in guerra al fianco della Germania, tutto quello che il dittatore italiano aveva costruito venne poi vanificato dal risultato disastroso della guerra.
Comunque, nel periodo bellico, il comune di Menfi era stato affidato ad un uomo onesto e capace, il farmacista Don Pippineddu Palminteri. La sua amministrazione migliorò l’aspetto estetico delle strade, con la costruzione dei marciapiedi della via della vittoria che delimitavano la bella strada resa asfaltata.
Con il buon governo, Menfi, era diventata davvero attraente. Erano parecchi i forestieri che dopo averla conosciuta, cercavano di restarvi…
Fin dall’inizio del 1900 la cittadina veniva appellata “la petite Paris (la piccola Parigi), chi dice per la bellissima disposizione a scacchiera delle sue vie, paragonabili, naturalmente con le dovute proporzioni, ai boulevards della ville Lumière, chi per alcuni salotti della gente facoltosa che invitava poeti, scrittori e musicisti.
Ma un teatro era già stato costruito e si trovava nei pressi della Chiesa Madre.
La platea era costituita da una decina di panche in legno prossime al palcoscenico; si susseguivano una ventina di file sedie di ferro che in inverno ghiacciavano gli spettatori più irriducibili. Parecchi altri preferivano seguire lo spettacolo in piedi, piuttosto che sentirsi gelare il sedere. Ai lati del palcoscenico c’erano due palchi; all’altezza del settore delle sedie di ferro, ma al piano superiore c’era una scalinata composta da una ventina di file di robuste sedie in legno: un vero e proprio loggione, che nel teatro era considerato il posto più costoso.
Il teatro Impero portò a lungo la sua intitolazione, fino a quando, nei primi degli anni cinquanta non fu costruito il cine-teatro Pirandello. Da allora in poi venne nominato cinema Vecchio, anche perché la conquista dell’Impero, era ormai un lontano ricordo!
Eppure in questo primo teatro menfitano spesso vennero a lavorare le compagnie più importanti della Sicilia. Per citarne qualcuna, basti pensare alla compagnia ANGELO MUSCO-ROSINA ANSELMI, alla compagnia LA ROSA.
Gli artigiani e i benestanti oltre ai professionisti affollavano il teatro Impero, disputandosi anche a colpi di gomito e qualche volta, anche di ginocchiate anche in zone… proibite, il posto migliore.
La passione per il teatro favorì la nascita di una filodrammatica nell’oratorio della Chiesa Madre, grazie all’iniziativa di Padre Randazzo, personaggio aperto e gioviale.
I primi lavori si rivolsero, tra l’altro, alla BISBETICA DOMATA, in forma di commedia musicale.Suonava l’armonio della Madrice, trasferito per l’occasione nel teatrino adiacente al fonte battesimale, il maestro LILLO MISTRETTA, fratello di mio padre. Cantavano gli studenti PINO CATALANOTTO e FRANCO PUMILIA, il contadino GASPARE PIAZZA ed altri.
Le melodie erano tratte dall’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti ed adattate dagli autori  alla trama della popolare opera di William Shakespeare.
Ricordo, quando ero ancora un ragazzino, di aver assistito ad una rappresentazione del GIULIO CESARE dello stesso Shakespeare, nel cortile patrizio della famiglia Varvaro. Le scene e i costumi vennero noleggiati al Teatro Massimo di Palermo.
Ricordo un certo CICCINO ALESI, truccato così rassomigliante al Cesare fotografato nei libri di storia, che ogni qualvolta lo incontravo per strada mi dava la sensazione di trovarmi vicino al grande condottiero romano!
In mezzo ad altri artigiani si distinse CALIDDU PALMERI (Cassio) e l’avvocato ANTONINO OGNIBENE ,detto Spicareddu, (Bruto), uomo di vivida intelligenza, brillante nella cultura e nelle iniziative: declamatore dalla voce stentorea, anche nella vita reale; sostenitore del partito fascista, era emulo di Demostene e di Cicerone, celeberrimi oratori dei fori.
La scelta dei capolavori teatrali è la prova del buon gusto e del livello di preparazione raggiunto dalla filodrammatica menfitana.
Tornando al teatro leggero curato particolarmente dalle giovani generazioni, si racconta che una volta la compagnia venne invitata nella cittadina di Montevago per rappresentare una farsa. Si trattava di una commedia di LUIGI CAPUANA, in cui due coniugi discutevano dei loro problemi di sopravvivenza davanti alla loro catapecchia. Per un po’ tutto procedette normalmente;  il pubblico continuava a seguire con  attenzione la recita. Ma ecco che entra in scena un ragazzino dall’apparente età di cinque anni che saltella di gioia davanti ai genitori.
Una parte del pubblico seduto nelle prime file sotto il palcoscenico scoppia in una fragorosa risata, ma tanto fragorosa che contagia tutta la sala.
I pantaloncini del ragazzino erano così corti che, ad ogni movimento delle gambe, mettevano in evidenza lo scampanellìo dei suoi piccoli organi genitali.
Che risate, ragazzi!.. Quando anche i restanti spettatori si accorsero di quello spettacolo fuori copione si aggiunsero alle risa dei primi.
La scena diventò patetica poi, perché Ciccineddu che non avendo capito perché ci si divertisse tanto, cominciò a ridere a crepapelle anche lui, smarrito nella sua innocenza…
(Continua)
 
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