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PAR CONDICIO

di Carlo Alberto Zaina

Il timbro di voce tonante e potente del patrono di parte civile, che risuonava solenne, pareva, nell’appassionato impeto della arringa finale, poter fare crollare gli eleganti stucchi di quella maestosa aula di Corte d’Appello, posta al primo piano del Palazzo di Giustizia.

Tutto il numeroso uditorio raccolto per l'occasione era assorto e rapito nell’ascoltare le dotte ed appassionanti argomentazioni così svolte con sapienza e pathos.

Ero un giovanissimo procuratore legale, che in qualche maniera tentava, dalla parte della disperata difesa dell’imputato di fronteggiare il valore, l’istrionismo e l’esperienza di un principe del foro quale l’Avv. Luigi Benzi (non solo amico di Fellini, ma valente maestro di tutti noi penalisti riminesi).

Eppure, nonostante l’esposizione dell’avv. Benzi fosse, come al solito, avvincente e brillante sia nella forma, che nella sostanza, non potei esimermi dal notare, come certamente lo notò il mio illustre avversario, che uno dei giudici che componevano il Collegio, era distratto, anzi – in realtà – dormiva proprio.

Dopo l’intervento della accusa privata e prima di quello del PG (all’epoca questo era l’ordine degli interventi) fu fatta una pausa.

All’Avv. Benzi che, inviperito e giustamente irritato (si era, infatti, accorto dell’inusuale forma di disinteresse del giudice), lamentava l’accaduto, sottolineando l’inaccettabilità del fatto che uno dei Consiglieri avesse dormito per tutta la sua arringa, seraficamente fu testualmente risposto dal Presidente; “Avvocato non si preoccupi, la par condicio non è affatto in pericolo, tanto il Consigliere dormirà anche durante l’intervento delle altre parti….”.

Ho citato questo esempio perché un po’ di tempo fa, in una di quelle discussioni metagiuridiche che insorgono tra i giureconsulti moderni, ogni qualvolta avviene un fatto di cronaca che induce a ritenere che il nostro ordinamento giudiziario sia improntato al principio del “diritto penale mite”1, e come tale inadeguato a fronteggiare le nuove sfide che quotidianamente la criminalità lancia allo Stato, emerse l’idea di abrogare il giudizio di appello in sede penale.

Si trattò di una proposta certamente provocatoria che provenne da una precisa e ben nota area di pensiero giuridico e politico simbioticamente ispirata a quell’impostazione giustizialista, la quale vede nel processo penale una forma di eminente retribuzione e riparazione della lesione sociale che il reato in genere provoca.

Il processo d’appello, sopratutto quello attuale, viene, da costoro, considerato e percepito, infatti, come un’inutile propaggine del processo di primo grado, una effettiva perdita di tempo, una fase, in sintesi, assolutamente superflua, in attesa dell’ordalia che trova nel rito di legittimità la propria massima espressione.

Questo è l’incipit di un lungo ed interessante articolo. Chi volesse completare la conoscenza del pensiero giuridico dell’autore può cliccare sul sito www.altalex.com/

 
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